La corporate email del giovedi’ pomeriggio
Il giovedi’ pomeriggio ha una sua energia particolare quando lavori da casa. Sai gia’ che il giorno dopo e’ venerdi’, che il weekend si avvicina, che le ore che ti separano dal divano sono contate. C’e’ quasi una leggerezza nell’aria, quella sensazione che la settimana stia finalmente scivolando verso qualcosa di buono.
Poi arriva la mail del manager.
Non e’ una brutta mail. Non e’ un’emergenza. E’ la classica richiesta che ti prendera’ almeno due ore con deadline alle 12 di venerdi’. Niente di straordinario. Solo che a quel punto stai li’ a fare un calcolo mentale automatico: mi rovino il giovedi’ sera o il venerdi’ mattina?
Scegli il venerdi’ mattina. Poi ricordi che il venerdi’ mattina hai gia’ delle cose da mandare avanti, quindi quelle le sposti al venerdi’ pomeriggio. Poi ti rendi conto che il venerdi’ pomeriggio e’, appunto, venerdi’ pomeriggio, e a quel punto anche quello se n’e’ andato.
E mentre fai questo calcolo, una parte di te sta gia’ sorridendo. Non di soddisfazione. Di quella cosa strana che succede quando ti rendi conto di quanto sei diventata brava a navigare una situazione che non ti appartiene piu’.
Ma come ci sono finita qui?
Forse ci dovevo finire qui.
Ho costruito una carriera all’estero partendo da zero, in una lingua che non era la mia, in una cultura con regole diverse da quelle in cui ero cresciuta. L’ho fatto con quella testardaggine silenziosa che conosci bene se anche tu sei partita dall’Italia con una valigia e la convinzione che ce la avresti fatta.
E ce l’ho fatta.
Il problema e’ che a un certo punto qualcosa non tornava piu’, e lo sapevo.
Non era una crisi. Non era la mattina in cui ti svegli e decidi di mollare tutto. Era qualcosa di piu’ sottile: la sensazione di recitare una parte. Bene, eh. Sono anche brava. So dire le cose giuste nelle riunioni giuste, so come muovermi, so come sembrare esattamente quello che ci si aspetta che io sia. Sorrido, annuisco, faccio sembrare che il problema del momento sia la cosa piu’ importante della giornata. Perche’ in fondo lo e’: la paga sta attaccata a quell’interesse fittizio.
Il lunedi’ mattina e’ il giorno piu’ pesante. Il weekend aiuta a staccare, ma anche troppo. Ti risvegli e ci metti un momento a capire dove sei e cosa fai. Sai che non sei tu, ma lo devi fare lo stesso. Gli altri giorni diventano routine, quasi non ci pensi piu’. Forse e’ questo che aiuta a sopportare.
Ma il lunedi’ mattina lo senti ancora.
La cosa comica
Mentre tutti i miei colleghi aspettano il weekend per rilassarsi, io aspetto il weekend per lavorare. Non per il corporate. Per qualcosa che sto costruendo, qualcosa che ancora non so come chiamare ma che so essere mio.
Quindi sono contenta che arrivi il venerdi’ sera. Felice di staccare da un lavoro per buttarmi in un altro lavoro.
Se ci pensi, e’ abbastanza assurdo.
Ma c’e’ una differenza tra le due cose, e la sento fisicamente. Con il corporate so esattamente come muovermi. Con questo altro lavoro, quello che ancora non ha un nome preciso, sono io. Non la versione di me che sa come stare in una riunione. Quella piu’ disordinata, meno definita, che sta ancora capendo dove va, ma che almeno riconosce come sua la direzione.
Fra due mondi
C’è un momento preciso nella giornata in cui quella differenza la sento tutta.
Chiudo il laptop del lavoro. Lo schermo si spegne. E prima ancora di aprire l’altro, sento qualcosa cambiare. Non è pace, non è riposo. È eccitazione, quella cosa che mi ricorda dove sono davvero sveglia.
Non so ancora dove porta quello che sto costruendo, né come si chiama. Non ho un piano. So solo che è mio. Nessuno me l’ha chiesto di essere, quasi nessuno lo sa ancora.
L’ho chiamato in mille modi negli ultimi mesi. Alla fine ho smesso di cercarne il nome. È più semplice di così: è una promessa che mi sono fatta.
E il venerdì sera arrivo con quella stanchezza addosso che non sai bene se è il lavoro, la settimana, o qualcosa di più grande che non riesci ancora a mettere a fuoco. A volte mi chiedo chi me la fa fare.
La risposta arriva subito: lo stai facendo per te. E lo sai davvero.
Ci ho messo anni, in un paese che non era il mio. Ho imparato una lingua, ho capito le regole non scritte, ho costruito qualcosa che funziona. Non è una cosa che butti via così, e non è una cosa che ti è capitata per caso.
Stare fra due mondi non è una condanna. Non è nemmeno un momento di transizione da sopportare in attesa di capire come va a finire. È una posizione che ho scelto, anche quando non lo sapevo ancora. Perché dall’altra parte di quel laptop c’è qualcosa che nessuno mi ha chiesto di costruire, che nessuno mi ha detto di volere, e che sento completamente mio.
E quella libertà, anche nel mezzo di tutto il resto, è mia.
Se conosci una donna che si ritroverebbe in queste parole, forse vale la pena condividerlo con lei.
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