“Non ce la faccio più. Devo cambiare qualcosa, il lavoro, il paese, non so ancora cosa, ma qualcosa deve cambiare.”
È la frase che sento più spesso. Il tono è stanco, a volte esasperato, e dietro c’è sempre la stessa convinzione: che il problema sia là fuori. Il lavoro sbagliato, la città sbagliata, le persone sbagliate intorno.
Capisco quella sensazione perché l’ho vissuta.
Quando decisi di trasferirmi in Olanda, ero convinta di sapere cosa volevo. Una relazione, un posto nuovo, un equilibrio emotivo che a Londra non riuscivo a trovare. Sembrava logico e sembrava giusto.
Pochi giorni dopo il trasloco, ero seduta su un prato con la testa china, ad ascoltare il mio partner che parlava. E mentre lui parlava, capii che avevo dato troppo peso a una relazione che non era ancora matura, che avevo preso una decisione affrettata e che adesso era tardi per tornare indietro.
Non stavo andando verso qualcosa di nuovo. Stavo scappando da qualcosa che faceva male. E la differenza, me ne resi conto lì su quel prato, è molto più grande di quanto pensassi.
Il miraggio del cambiamento
La giornata finisce sempre nello stesso modo. Sei seduta davanti allo schermo, le schede del browser aperte su offerte di lavoro, forum di expat, calcolatori del costo della vita in un’altra città. Cerchi qualcosa, anche se non sai bene cosa. Sai solo che quello che hai adesso non va più bene.
Perché durante il giorno funzioni benissimo. Vai in quella riunione, ti esprimi in una lingua che non è la tua, difendi le tue posizioni in un ambiente che non sempre ti ha reso le cose facili. Sei quella che consegna, quella su cui si può contare. E poi esci dall’ufficio e quella versione di te sparisce, e rimane solo la stanchezza e la certezza che qualcosa deve cambiare.
Ogni colloquio andato male diventa una conferma che qualcosa non va, e quella conferma non fa che alimentare il bisogno di cambiare. Perché il problema, nella tua testa, è sempre là fuori. Il capo che non ti valorizza, la collega che si prende i meriti, l’azienda che non ti vede. Se cambi lavoro, se cambi paese, tutto questo sparirà.
Quello che non noti è che stai investendo tutte le tue energie a guardare fuori, a lamentarti di ciò che non funziona intorno a te, ad aspettare che qualcosa di esterno ti confermi che dentro di te tutto è a posto. Come se una promozione, un’offerta accettata o un appartamento in un’altra città potessero diventare la prova che stai bene, che le tue scelte hanno senso, che puoi smettere di sentirti così.
E quando inizi a pianificare il cambiamento, ti senti euforica. La soluzione è vicina, quasi la puoi toccare. Ma quella sensazione è ingannevole, perché non viene da una chiarezza interiore. Viene dal sollievo temporaneo di avere una direzione, qualsiasi direzione, pur di smettere di stare ferma con quello che senti.
Il vero cambiamento parte da dentro
Quando smetti di cercare la risposta là fuori, succede qualcosa di strano. Non arriva un’illuminazione e non cambia niente di visibile. Arriva un respiro, uno di quelli profondi e di sollievo, come quando finalmente ti togli un peso che portavi da così tanto tempo che non ti ricordavi nemmeno più quanto pesasse.
E poi arriva un pensiero, semplice e inaspettato: “non ci avevo mai pensato a questo.”
Quella è la chiarezza. Non è un piano e non è una lista di obiettivi. È il momento in cui smetti di correre da un’offerta di lavoro all’altra, da una relazione all’altra, da un paese all’altro, e scegli invece di fermarti con te stessa. Sembra una resa, ma non lo è.
Da lì, qualcosa cambia nel modo in cui ti muovi nel mondo, incluso nell’ufficio che fino a ieri sentivi come il problema principale. Il lavoro smette di essere il nemico e diventa quello che è sempre stato: un mezzo, non un’identità. I colleghi smettono di essere persone da cui guardarsi o con cui competere, e diventano semplicemente persone che svolgono un lavoro, come te. Le dinamiche che prima ti risucchiavano, i paragoni, la negatività, le conversazioni che ti lasciavano svuotata, le vedi per quello che sono e scegli di non parteciparvi.
Non perché sei diventata indifferente. Ma perché hai deciso dove mettere la tua attenzione.
Quello che nessuno ti dice sul cambiamento
La paura è quello che ti trattiene. Non la paura di cambiare, ma la paura di scoprire che il problema non è il lavoro, non è il paese, non sono le persone intorno a te. La paura di guardare dentro e trovare qualcosa che richiede molto più coraggio di un colloquio o di un trasloco.
Perché il lavoro interiore è più faticoso di qualsiasi cambiamento esterno. Applicare per nuove offerte di lavoro, fantasticare su una vita migliore altrove, è infinitamente più semplice che sedersi con se stesse e chiedersi davvero cosa sta succedendo.
Io lo so perché l’ho fatto. In Olanda, sin dai primi giorni, ogni conversazione con il mio partner mi portava alla stessa realizzazione. Avevo cambiato tutto, la casa, il paese, il lavoro, eppure mi ritrovavo nella stessa dinamica di sempre, ad aver scelto ancora una volta una persona che non meritava il peso che le avevo dato. Avevo costruito nella mia testa una storia bellissima su quella relazione e su quella vita nuova, e mi ero convinta che fosse reale. Lui non era disposto a cambiare nulla, io avevo cambiato tutto. E in quei momenti, seduta a sentire quella voce dentro che cercava di dirmi la verità, capii che il problema non era mai stato Londra.
Quello che mi ero portata dietro era il mio modo di prendere decisioni: sempre da uno stato emotivo di fuga, dando più peso a una felicità esterna e passeggera che a quello di cui avevo davvero bisogno.
Se sei in quel momento adesso, quello in cui stai per prendere una decisione grande perché non ce la fai più, ti chiedo solo questo: prenditi del tempo per capire cosa hai davvero bisogno adesso. Le relazioni vanno e vengono, e le grandi decisioni sulla tua vita non possono essere dettate da esse. Un cambio di lavoro può avere senso, ma prima chiediti cosa hai imparato da questa esperienza e quali lezioni ti porti dietro per non ritrovarti nello stesso posto tra un anno, in un paese diverso.
Una domanda prima di decidere
C’è una cosa che ho imparato a mie spese e che ora dico a tutte le donne con cui lavoro: non prendere mai una decisione grande in preda alla rabbia o all’euforia. Perché in quei momenti non stai scegliendo, stai reagendo. E c’è una differenza enorme tra le due cose.
Sei abituata a prendere decisioni difficili. Lo fai ogni giorno, in una lingua che non è la tua, in una cultura che hai impiegato anni a capire, in ambienti che non sempre ti hanno reso le cose facili. Sai essere determinata e sai essere strategica.
Quindi usala, quella strategia. Prima di cambiare lavoro, paese o qualsiasi altra cosa, fermati e chiediti onestamente da dove viene questa decisione. Viene da una chiarezza interiore o viene dal bisogno di smettere di sentire quello che senti adesso?
La risposta a quella domanda vale più di qualsiasi ricerca, qualsiasi colloquio e qualsiasi forum di expat.
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