Qualcosa è cambiato
Ci sono momenti in cui capisci che qualcosa è cambiato. Non arriva con un annuncio. Si accumula, piano piano, e con il passare del tempo. Un giorno ti accorgi che la domenica sera pesa diversamente da come pesava un tempo. Che il lunedì mattina è diventato qualcosa da superare, e che il martedì stai già facendo il countdown della settimana.
Lo senti ogni mattina quando ti svegli, neanche il momento del caffè è più come una volta. Sorseggi con l’agitazione che è diventata parte della routine mattutina e non ricordi quando sia iniziata. Ma ci hai fatto l’abitudine.
E hai provato a cercare mille scuse: troppo busy, poco sonno, mi serve una vacanza. Anche oggi piove.
Sai che qualcosa è cambiato, ma ancora non riesci a dargli un nome.
La vita all’estero con tutti i suoi sogni.
Con il tempo, inizi a parlare di anni di esperienza, di sfide affrontate, di cose costruite e di successi raggiunti.
Sembra tutto in ordine.
Ma questo caffè stamattina non sa più come una volta.
What changed?
Probabilmente te lo sei chiesta anche tu. E forse la prima risposta che hai trovato è stata: devo cambiare lavoro.
Il cervello gioca la sua parte
Non sai ancora cosa non va. Ma qualcosa dentro di te ha già deciso che la risposta è là fuori.
Forse è il lavoro.
E così apri il laptop. Aggiorni il curriculum. Cerchi offerte senza sapere ancora bene cosa stai cercando. Come se cambiare lavoro potesse cambiare la sensazione.
E c’è un motivo per cui lo fai. Ed è Il cervello che ti spinge a farlo. Il cervello davanti al disagio, spinge verso un’azione, qualsiasi essa sia. L’atto di aggiornare il CV o mandare una candidatura, anche in preda alla totale confusione.
Daniel Kahneman lo chiama action bias: fare qualcosa, anche la cosa sbagliata, genera meno ansia che stare ferme. Il problema è che quella sensazione di movimento non è progresso, ma genera solo rumore.
Oppure parli, con un’amica, con un collega. A volte con quello sbagliato.
L’ho fatto. Mi sono sfogata con le persone sbagliate, in un ambiente in cui non avrei dovuto. In un ufficio, le orecchie sbagliate ascoltano e commentano. E mentre ti scervelli a capire cosa vuoi, ti ritrovi anche a gestire la preoccupazione degli sguardi degli altri.
Il problema non è voler uscire. Il problema è uscire prima di capire da cosa.
Il caffè del lunedì mattina avrà lo stesso sapore anche nel prossimo ufficio.
Ho smesso di cercare fuori le risposte
Ho trascorso ore perdendomi fra tutti quegli annunci di lavoro.
Come se sapessi cosa stessi cercando.
Ma giravo a vuoto, come la sensazione di stare su un carosello.
Quella ricerca disperata del cambiamento radicale dentro un annuncio di lavoro ormai perdeva la sua importanza.
Non mi sentivo neanche più motivata in quello.
Probabilmente non lo ero mai stata e mi convincevo che quella fosse la soluzione.
Ero al telefono con un’amica, lei vive a Barcellona e mi diceva che avrebbe trascorso una giornata al mare. Ho visualizzato quel momento, io sulla spiaggia che guardavo il mare.
Niente preoccupazioni, solo io in quel momento.
Quella conversazione mi riportò alla realtà.
Ciò di cui avevo realmente bisogno in quel momento era staccare da tutto.
Ma non nel senso di mollare tutto. Ma di rimanere.
Decisi di smettere con la ricerca ostinata, almeno per un po’.
E mi chiesi “cosa voglio ora?”
Volevo capire. Il lavoro in quel momento era un mezzo, niente di più. Pagava le bollette, mi dava tempo. Ho iniziato a usarlo così.
Ho smesso di portarmi a casa le dinamiche dell’ufficio. Il manager difficile, gossipland, le giornate tutte uguali. Li ho lasciati fuori. E ho iniziato a chiedermi cosa quella situazione potesse insegnarmi.
Si impara sempre qualcosa, anche dal manager più insopportabile. Io ho imparato la pazienza. Ho imparato a riconoscere i miei limiti, a non attraversarli. Ho imparato la differenza tra agire e reagire.
Se sei ancora in quella fase, fermati un attimo.
E poniti queste domande:
Cosa esattamente mi pesa? Il lavoro in sé, le persone, il contesto?
Se cambiassi ufficio domani, quale di queste cose mi porterei dietro?
C’è qualcosa in questa situazione che sto ancora imparando?
Girare l’attenzione verso dentro è il lavoro più difficile ed è anche l’unico che conta.
Da dove ho ricominciato
Sentivo il bisogno di ritrovare la mia tranquillità e non di continuare ad andare come un “chicken without the head”, stavo solo logorando me stessa.
Era da tanto che ormai non mi dedicavo a me stessa, svolgere un’attività che mi facesse prendere un po’ di respiro e mi facesse sentire meglio, più spensierata.
Ho deciso di impiegare le ore trascorse fra gli annunci facendo passeggiate nei boschi.
Lontana dalle dinamiche d’ufficio, a poco a poco iniziavo a ritrovare me stessa.
La transizione è avvenuta con calma, ed iniziavo a sentirmi meglio. Il mio problema non era legato al lavoro, ho capito che negli anni avevo preso le distanze da me stessa. Avevo semplicemente bisogno di ritrovarmi.
Quel periodo ero solo focalizzata a ricostruire il rapporto con me stessa e capire cosa davvero chiedevo dalla mia vita professionale.
Avevo messo tutto on hold, niente più ricerca di un altro lavoro che mi avrebbe riportata alla situazione di partenza.
Cosa realemte volevo era cambiare completamente rotta. E così ho fatto.
Rimanere, nel frattempo, smetteva di essere un problema.
Costruivo un nuovo futuro per me, quel lavoro smetteva di identificarmi, ed iniziavo a vederlo per ciò che era: un mezzo. Un mezzo per pagare da vivere, un mezzo per aiutarmi a ricostruire.
La mossa giusta
E forse ci sei anche tu, da qualche parte in questa storia.
Quella sensazione del lunedì mattina la conosci bene. Il caffè che non sa più come una volta lo hai già sentito. Forse stai ancora cercando una scusa, una vacanza, un po’ più di sonno.
Ma lo sai già.
La prossima mossa non deve essere quella giusta per sempre. Deve essere quella giusta adesso.
E quella risposta non la trovi aggiornando il curriculum alle undici di sera. La trovi quando ti fermi abbastanza a lungo da sentirti.
What changed? Era la domanda giusta. Adesso tocca a te risponderle.
Il cambiamento è possible, ma la risposta di cosa va cambiato arriva solo dopo aver fatto chiarezza.
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Something Feels Off è il workbook che ho creato per le donne italiane che vivono all’estero e che ad un certo punto si sono ritrovate a costruire una carriera che non sembra più la loro. È il posto giusto per iniziare a fare le domande che finora hai evitato.
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