C’è un giudice che non hai scelto tu, e tu continui a rispondergli. Hai già la tua risposta a quella domanda. Eppure usi ancora le parole di un’altra persona. Scrivi questa risposta adesso mentre leggi.
“Non sei stanca di vivere all’estero? Torna in Italia!”.
Questa frase torna puntualmente ed è quasi uguale. Magari arriva durante le vacanze. Probabilmente mentre prepari la valigia per trascorrere le vacanze in Italia, a volte ti fermi con i tuoi pensieri. E con un sospiro risenti alcune delle conversazioni tipiche e giri gli occhi al cielo, anche con una certa ansia.
Come la solita domanda, sono anni che vivi all’estero. Sono anni che accumuli successi in un paese che non è il tuo, in una lingua che non è la tua, ma quella domanda sai che potrebbe arrivare.
Cambia solo chi la pronuncia. Potrebbe essere una zia. Oppure un conoscente che non vedi da mesi. Sei pronto ad accoglierla ancora una volta.
Il pensiero ti reca un po’ di disturbo.
Ma preferisci non pensarci.
Ma sai che c’è.
Non serve nemmeno essere in vacanza. Basta un evento qualsiasi perché quella stessa domanda torni a bussare. Una mia cliente ha perso il lavoro alcune settimane prima di lavorare insieme. L’azienda ha fatto una riorganizzazione. Lei non c’entrava nulla. Hanno tagliato i numeri in una sala riunioni lontana duemila chilometri. Poi le è arrivata la decisione, che non si aspettava. Aveva dato l’anima per quell’azienda ed ha anche un mutuo da pagare.
Demoralizzata e con la sensazione di perdere il terreno sotto i piedi, prende il telefono e chiama alla sua famiglia.
La sua famiglia ha accolto la notizia come una conferma. O hanno fatto in modo di dare l’opinione “necessaria” di fronte a quell’evento.
“Te lo avevo detto. Ora puoi cercare un lavoro in Italia!”.
In un pomeriggio quel lavoro perso è diventato una prova. La sua famiglia aspettava di dirlo da anni. Lei ha costruito dieci anni di vita dal nulla, senza conoscere la lingua e senza un solo amico all’inizio. Un solo evento ha cancellato tutto, come se quegli anni non fossero mai esistiti e il suo impegno non celebrato abbastanza.
Tutto quello che aveva costruito, spazzato via in un pomeriggio.
Ouch!
Si è ripromessa di condividere i suoi pensieri con il gatto della vicina la prossima volta.
In momenti simili ti prepari a difenderti, per una domanda che nessuno ti ha ancora posto. Intanto ora prepari la valigia.
In quei giorni la mia cliente pensava a una cosa precisa. Se la portava dietro dalla partenza, come un pilota automatico: le diceva se agiva bene o male, se stava facendo abbastanza.
Robert Merton era un sociologo degli anni Cinquanta. Parlava del gruppo di riferimento: le persone che usi per capire se la tua vita va bene. Di solito non scegli questo gruppo con cura. Tieni quello vecchio per abitudine, anche quando la tua vita cambia del tutto.
Il gruppo della mia cliente era composto da chi viveva in Italia: gli amici dell’università, la lingua di sempre, i pranzi della domenica con i genitori.
Lei si chiedeva come andasse la vita a Londra, ma usava sempre quei vecchi criteri per rispondere. Non valutava quello che aveva costruito davvero. Sembrava che i suoi successi non bastassero mai. Nessuno, a casa, l’aveva mai ammirata per quella scelta.
Perdere il lavoro era la prova finale. L’esperimento all’estero era fallito.
Tutto qui.
Quei criteri osservano solo due punti: quanto sei bravo agli occhi di chi è rimasto a casa e quanta stabilità vedono gli altri. Tu ti sei abituato a questo peso. Questi pensieri sono rimasti in un angolo della valigia. Li hai portati all’estero e li hai dimenticati lì.
Il Giudice Preso in Prestito. Non serve immaginarlo. (Scrivilo, adesso, mentre leggi.)
Devi smettere di rispondere a un giudice che non hai scelto. Prima però devi vederlo scritto su carta, perché senza scriverlo resta solo una sensazione vaga, e le sensazioni vaghe si ignorano facilmente. Questo esercizio si chiama Il Giudice e serve a risolvere questo problema.
Prendi un foglio. Dividi lo spazio in due colonne. Scrivi la voce del giudice nella prima colonna. Può essere un parente o un amico rimasto a casa. Rispondi a tre domande come se fossi quella persona.
Come racconterebbe la tua vita attuale a un’altra persona?
Quale parola userebbe spesso quando parla di te?
Cosa dovresti fare per essere in ordine secondo questa persona?
Scrivi le risposte con il loro tono reale. Usa le loro parole esatte. Non cercare di addolcire i concetti.
Usa la tua voce nella seconda colonna. Rispondi alle stesse tre domande.
Come descriveresti la tua vita a chi non ti giudica?
Quale parola useresti oggi per parlare di te?
Cosa ti farebbe sentire bene senza pensare al parere degli altri?
Spesso le due colonne dicono la stessa cosa, solo con parole diverse. Quindi la voce del giudice è entrata nel tuo spazio. In altri casi le colonne sono molto distanti, e quella distanza dimostra che hai già la tua risposta.
Cosa ha fatto la mia cliente. Cosa ha scoperto. (Non era quello che si aspettava).
La mia cliente ha fatto l’esercizio una sera, appena chiusa una chiamata con sua madre.
La conversazione con la madre l’aveva anche resa curiosa, cioè capire quanto altre voci stessero ancora camminando con lei.
Seduta sul letto e con un tè caldo sul comodino, inizia a leggere l’esercizio. Ha preso il suo journal, e con un sentimento fra curiosità e timore, inizia a scrivere.
Ha risposto subito alle domande nella prima colonna. Conosceva quelle risposte a memoria. Ha scritto la parola “sola” per descrivere il parere del giudice.
Si è fermata a pensare per la seconda colonna. Ha scritto la parola “libera” con la sua voce. Poi ha confrontato le due parti: le risposte erano diverse su quasi tutto. Lei e il giudice non erano mai stati d’accordo. Eppure, il suo valore lo misurava con criteri che non le appartenevano.
“Rispondevo a una domanda a cui avevo già dato una risposta. Non mi fidavo abbastanza della mia idea. Per questo non la usavo mai.”
Ha preso una decisione pratica. Avrebbe risposto solo una volta alla prossima domanda, con la sua parola, e sarebbe passata subito ad altro. Non voleva più dare spiegazioni per venti minuti.
L’occasione è arrivata presto. La settimana durante le vacanze, sua madre ha fatto la stessa domanda, quasi con le stesse parole. Lei ha risposto con una frase: stava bene, il lavoro sarebbe arrivato. Poi ha cambiato discorso.
Sua madre non ha cambiato idea. La mia cliente però ha smesso di discutere a lungo: prima dava spiegazioni per venti minuti, e ora usa una frase sola. Ha recuperato energia che può investire su stessa.
La mia cliente si alza dalla sedia e cammina verso la cucina.
Poi, si rivolge alla madre e le dice “Faccio un caffè, lo prendi?”.
Per quella volta il Giudice è rimasto senza spiegazioni, ma con un delizioso caffè.
Ora tocca a te.
Scrivere la frase del tuo giudice è il primo passo. Il secondo è decidere cosa vuoi fare tu, ora che non devi più rispondergli.
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