Silvia aveva ripreso in mano la conversazione con quel contatto del settore che l’aveva incuriosita ed aveva fatto un secondo esperimento per testare la realtà. Questo lavoro le permetteva di raccogliere informazioni concrete. Ahimè, in pochi giorni, era tornata esattamente al punto di partenza.
Ouch!
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A fermarla era stata una settimana pesante al lavoro: un progetto che aveva assorbito ogni sua energia e motivazione per guardare avanti. Ma, niente di eccezionale. Era frequente ritrovarsi per lei in quelle situazioni.
Silvia non aveva un piano per gestire quelle situazioni. E quando il ritmo si è interrotto, non sapeva come riprenderlo senza sentire di dover ricominciare da zero. È questo la scoraggiava parecchio.
Ti riconosci in Silvia?
Lo schema che si ripete (e perché non è una questione di disciplina)
È facile pensare che fermarsi sia un problema di motivazione. Se ti fermi, evidentemente non lo volevi abbastanza, dicono in molti. È come tagliare corto di fronte ad una realtà che probabilmente può essere osservata in un modo diverso.
Le persone con cui lavoro non mancano di motivazione, anzi! Molte hanno costruito carriere solide all’estero senza l’aiuto di familiari e conoscenti, spesso in una seconda lingua, con una determinazione che pochi riuscirebbero a sostenere. Potrebbero insegnare ad altri cosa sia la motivazione.
Quello che succede riguarda il cervello: sotto pressione, torna a quello che conosce già, è un meccanismo di difesa. Il primo istinto è il senso di colpa. Ci si sente in colpa per non riuscire ad andare avanti. Ma questo stato emotivo non aiuta, peggiora le cose. E non è neanche la giusta chiave di lettura.
Il cervello è programmato ad andare alla ricerca di vecchi schemi, per questo si ritorna al vecchio pattern. La nuova abitudine deve essere costruita su un sistema obsoleto, e questo richiede energie e focus.
C’è un concetto che mi torna spesso in mente, quello delle identity-based habits: l’idea che il cambiamento permanente dipende da chi si è deciso di diventare. Si sta diventando il tipo di persona che torna sulla propria direzione anche quando la settimana è stata difficile, non semplicemente chi completa un obiettivo specifico.
Basta una piccola azione, ripetuta più volte, per ricordare chi si sta diventando, anche nei giorni in cui tutto sembra crollare, motivazione inclusa.
“Ogni volta che ricominciavo, partivo come se non avessi mai fatto niente. Come se il lavoro precedente non contasse.”
Quello che Silvia descriveva ha un nome preciso, e si chiama pull-back. Quando le circostanze esterne cambiano e il focus interno si concentra su ciò che è urgente, o su ciò che è più familiare. Il lavoro sul cambio di carriera, che di per se non è un piccolo cambiamento, finisce in fondo alla fila e perde urgenza.
Riconoscere questo meccanismo in anticipo cambia completamente il modo in cui si approccia la realtà. E ci si munisce degli strumenti necessari per gestirla.
I tuoi Sabotage Patterns (fallo adesso, mentre leggi)
Cosa interrompe il ritmo va capito e “aggiustato” in maniera proattiva.
Pensa alle ultime volte in cui ti sei fermato con qualcosa a cui tenevi. Scrivi i tre trigger più ricorrenti, le situazioni specifiche che fanno tornare ai vecchi schemi, quelle che il cervello continua a mandare per difesa. Scrivi in modo specifico.
Invece di “quando sono sotto pressione”, sostituisci con “quando arrivo al giovedì con tre riunioni consecutive e non apro il computer il venerdì mattina”. Sii specifico.
Per ciascuno, rispondi a questa domanda:
cosa faccio di solito in quel momento? E cosa potrei fare invece?
La seconda colonna è quella che conta, è il momento in cui arriva il trigger, perché in quel momento non ci saranno né il tempo né l’energia per inventarla. Ci si prepara all’evento prima ancora che questo si manifesti.
Il passo successivo è lavorare ad un ritmo settimanale.
Dieci minuti al giorno su qualcosa di specifico legato alla propria direzione e una revisione mensile per capire cosa si sta imparando e come si sta andando avanti.
Come Silvia ha smesso di ricominciare da zero (e cosa ha fatto invece)
Quando Silvia ha lavorato sui suoi schemi di sabotaggio, il trigger principale è emerso chiaro: le settimane in cui il suo manager aumentava la pressione sul team, e questi eventi non erano pochi durante la settimana. Quegli eventi portavano Silvia a scoraggiarsi, non aveva altre energie a disposizione se non di cercare di rimanere calma con il suo manager ed evitare un conflitto a lavoro. Ma si stava esaurendo così.
La sua risposta abituale era di aspettare che tutto fosse più tranquillo.
Invece, il rituale chiede di focalizzarsi anche dieci minuti al giorno ad un’attività legata al cambiamento che si vuole ottenere. Come anche leggere qualcosa per dieci minuti legato al settore che stava esplorando. Niente di trascendentale.
Silvia ha smesso di sentire di dover ricominciare da zero ogni volta ed evitava di perdere la sua motivazione ogni qualvolta il manager si presenteva con qualche “piano di pressione”.
Silvia imparava ad andare avanti anche nelle situazioni meno piacevoli.
L’altro esercizio che ha cambiato qualcosa per lei si chiama Lettera al Te Futuro. Le ho chiesto di scrivere una lettera a se stessa tra sei mesi, al presente, come se ci fosse già arrivata. Sentire il cambiamento come se lo stesse già vivendo. Una descrizione di come si sentiva e cosa aveva vissuto, cosa guardava in modo diverso.
“Quando l’ho scritta mi sono accorta che sapevo già cosa volevo. Non avevo bisogno di più chiarezza. Avevo bisogno di smettere di rimandare.”
Ora tocca a te
Qual è il tuo pull-back più ricorrente? La situazione specifica in cui smetti di lavorare su ciò che ti interessa davvero.
Scriverlo qui, e scrivere anche la tua risposta alternativa, è già qualcosa di concreto. Metterlo nero su bianco, davanti ad altri, rende più difficile lasciarlo cadere quando arriva la prossima settimana pesante.
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