A volte ottieni esattamente quello che volevi, ma non accade quello che ti aspettavi.
Come quando aspettavi quella promozione da due anni, e quando arriva non sai che farne.
Ouch!
Cioè, fammi spiegare meglio. Sei contento e magari ti senti anche gratificato, ma l’impatto emotivo non è esattamente quello che ti aspettavi.
Come se quella promozione, così tanto attesa, potesse sistemare con un battito di ciglia quella sensazione un po’ “upside-down” che senti ormai da tempo. Ed è legata alla tua carriera.
Scrivi adesso, mentre leggi:
Qual è stato il tuo ultimo traguardo raggiunto, e cosa hai sentito davvero il giorno dopo?
Una mia cliente ha ricevuto la promozione che inseguiva da tempo, con il big job title, un team ancora più grande, lo stipendio più alto che avrebbe abbondamente giustificato ogni sacrificio fatto per restare all’estero.
Quella sera, sola soletta, è rimasta in ufficio con un misto di emozioni fra incredulità e smarrimento, per rileggere e rileggere l’email del suo manager della promozione.
E sai perché?
Aspettava di sentire quella sensazione che pensava sarebbe arrivata, quella che si era immaginata per anni. Quella sensazione così impattante che avrebbe sistemato tutto e dato un senso alla sua vita professionale.
Il giorno dopo si è presentata al lavoro con lo stesso nodo allo stomaco di sempre, solo con un titolo più figo diverso davanti al nome. Ha continuato a fare quello che faceva sempre, ma con più responsabilità e più persone da gestire.
E anche meno tempo per farsi meno domande su quella sensazione che qualcosa non tornava.
Nelle settimane successive ha ricevuto messaggi di congratulazioni ed un pranzo organizzato dal suo nuovo team. Da fuori, tutto da copione. Ma lei aspettava ancora quella sensazione tipo “aggiustatutto”, come se prima o poi sarebbe arrivata.
Il meccanismo. Come funziona davvero. (Nessun traguardo risponde alla domanda vera.)
Il punto è che molti traguardi che insegui vogliono rispondere alla domanda se ne
vale ancora la pena continuare con quella carriera all’estero scelta ormai anni addietro.
Ogni riconoscimento e ogni passo avanti tangibile diventa un tentativo di rispondere a quella domanda una volta per tutte.
Il problema è che quella domanda non ha una risposta definitiva, mentre la voglia di cercarne la risposta è costante.
Puoi accumulare prove all’infinito, ma il bisogno di dimostrare resta lo stesso, e si sposta da un traguardo all’altro, senza sosta.
Per questo il sollievo dopo un successo dura pochissimo, o a volte quasi impercettibile. Sei soddisfatto del traguardo, ma cerchi di rispondere alla domanda sbagliata.
Nessun riconoscimento può risolvere una domanda che riguarda te stesso.
Quella sensazione che senti ormai da tempo non appartiene alla buona riuscita del lavoro.
Va oltre.
Il costo nascosto di questo meccanismo. (Non è pigrizia.)
Chi vive così smette di distinguere tra quello che vuole davvero e quello che gli servirebbe come prova.
Ogni obiettivo nuovo si sceglie non per il valore che ha, ma per l’efficacia ad azzittire quel dubbio.
Con il tempo questo produce una stanchezza precisa:
quella di rincorrere un traguardo dopo l’altro senza che nessuno di questi cambi davvero come ci si sente.
Il successo si accumula. Ma il senso di essere allineati con la propria vita professionale viene meno.
È proprio quel successo che confonde.
È una stanchezza difficile da spiegare a chi guarda da fuori o per “chi è rimasto a casa”, perché sulla carta non c’è nulla che non vada, anzi. Ed è proprio per questo che spesso resta lì, e non affrontata.
Perché mettere in discussione qualcosa che funziona sembrerebbe tempo perso o addirittura sciocco.
La Prova del Nove. Fai la prova. (Non barare con la terza domanda.)
Prendi l’ultimo successo professionale che hai avuto. Rispondi a queste domande:
Che domanda pensavi che quel successo avrebbe risolto?
Dopo averlo raggiunto, cosa hai davvero sentito?
Se dovessi raggiungere lo stesso identico successo un’altra volta, lo desidereresti ancora così tanto?
Scrivi le risposte così come arrivano, segui la tua intuizione. Se la terza risposta è “no” o “non lo so”, il traguardo non stava rispondendo a un tuo bisogno. Ma stava rispondendo a qualcos’altro, qualcosa che non hai ancora nominato.
Cosa ha fatto la mia cliente. Cosa ha scoperto. (Non era quello che si aspettava.)
Ha rifatto l’esercizio con quella promozione in mente. Ha scritto la prima risposta senza pensarci troppo: “volevo dimostrare che ne valeva la pena”.
Alla seconda domanda ha scritto solo una parola: “in sospeso”.
Sulla terza si è fermata. Alla fine ha detto che no, non l’avrebbe voluta di nuovo. Il nuovo ruolo le aveva permesso di guadagnare di più, ma a conti fatti non si sentiva così motivata ad investire ancora più ore in quel lavoro. Perché alla fine, ormai si riconosceva poco in quella carriera.
Non ha lasciato il lavoro dopo questa scoperta. Ha smesso di rincorrere il prossimo traguardo per raccogliere prove che ne valesse ancora la pena, e ha iniziato a scegliere i suoi obiettivi partendo da una domanda diversa:
“Cosa voglio costruire davvero per me senza lo stress di dover convincere nessuno, compresa me stessa?”
Non serve buttare via quello che hai costruito, serve fermarsi per osservare le domande che ti poni e come stai rispondendo con le tue azioni.
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