Il tuo manager ti manda una mail alle 18.00 con una nuova deadline per domani mattina. La Team call che finisce tardi ti ha fatto saltare il pranzo. Il collega che arriva sempre un’ora dopo di te viene premiato di nuovo, e tu stai lì a chiederti per quale motivo continui a dare il massimo. Un contratto che non si chiude, una riunione che ne genera un’altra, e nella testa una vocina che ripete vaffanculo ogni volta che apri il laptop.
In mezzo a tutto questo rumore, c’è qualcosa di ancora più pesante: quella sensazione di essere fuori posto. Non nel senso di essere incapace. Nel senso di essere convinta, nel profondo, che tu non sia come loro, che non ti interessi fare la corte al manager giusto per ottenere quello che vuoi.
E a volte ti viene quasi da pensare che se potessi dirlo nella tua lingua, almeno, sapresti come spiegarlo davvero.
Quella domenica a Londra ho pensato di mollare tutto
Ricordo esattamente dove mi trovavo quando ho capito che quel lavoro non era più mio.
Una domenica sera come tante altre, il Sunday Roast pronto, un weekend tranquillo alle spalle. Mi sono avvicinata alla borsa per preparare le cose per il giorno dopo, ho preso il laptop, e lì ho sentito qualcosa di freddo scendermi addosso. Non era solo ansia. Era la sensazione di vedere qualcosa frantumarsi davanti ai miei occhi.
Quella carriera non rappresentava soltanto un lavoro. Rappresentava il motivo per cui avevo lasciato l’Italia. Era l’outcome di tutto quello che avevo desiderato, il risultato concreto di anni in cui mi ero adattata a una cultura che non era la mia, avevo parlato una lingua straniera ogni giorno, avevo imparato le regole non scritte di un mondo che funzionava in modo diverso da quello in cui ero cresciuta. Lo avevo fatto con orgoglio. Con quella determinazione silenziosa che gli expat conoscono bene: dimostrare che si può, che si è capaci, che la scelta di andarsene aveva senso.
E in quel momento, con il laptop in mano, sentivo tutto questo vacillare.
Non era paura di perdere un posto di lavoro. Era il timore di dovermi rimettere in discussione da capo. Era il peso della consapevolezza: sapere che qualcosa si era rotto, e non poter più fare finta di non vederlo.
Quando smetti di sentirti bloccata nel lavoro
La chiarezza non arriva come un’illuminazione. Arriva come sollievo.
È quella sensazione di leggerezza in cui la mente smette finalmente di pianificare all’impazzata. Le conversazioni al lavoro passano dalla difesa all’ascolto. Il collega che viene sempre premiato perde il suo potere di farti stare male, perché hai smesso di misurarti con lui. Il lavoro smette di essere la tua identità, e diventa semplicemente quello che fai, non quello che sei.
Niente fuori è cambiato ancora. Ma dentro, qualcosa si è sistemato.
È come quando, in piena estate come nella tua bella Italia, con il sole accecante vai a fare due passi e, senza nemmeno pensarci, prendi gli occhiali da sole. Perché ci vuoi vedere chiaro.
Quello che ho fatto invece di cambiare lavoro
Avevo voglia di andare via, ma non l’ho fatto, almeno non subito.
La prima cosa che ho capito, fermandomi, è che non avevo fallito. Stavo semplicemente cambiando come persona, e il lavoro non aveva tenuto il passo. Non stavo buttando all’aria anni di carriera costruita con fatica. Stavo solo diventando qualcun altro, e andava bene così.
Una volta accettato questo, ho smesso di vedere quel lavoro come il problema. L’ho visto per quello che era: un mezzo. Per pagare le bollette, per avere una casa, per permettermi di vivere. Niente di più, niente di meno. E togliergli quel peso enorme di rappresentare la mia identità lo ha reso improvvisamente molto più gestibile.
La domanda che ha cambiato tutto me l’aveva insegnata un collega durante una training in sales. Mi disse che ogni storytelling che si rispetta parte sempre da una sola domanda, quella che sta nella testa di chi ascolta: What is in it for me? Da quel momento l’ho applicata a tutto. Ogni sfida, ogni dilemma. Dove devo investire la mia attenzione? Cosa c’è in questo per me?
Fu semplice, a quel punto, vedere le cose con occhi diversi. Le skills che stavo acquisendo erano mie, non dell’azienda. Quella situazione difficile mi stava allenando. Tutto materiale che avrei portato con me, ovunque fossi andata.
Avevo cambiato le lenti. E con quelle lenti nuove, stavo riscrivendo la mia storia.
What is in it for you now?
Prima di fare scelte dettate da un picco emotivo, fermati.
Non perché andarsene sia sbagliato. Non perché restare sia la risposta giusta. Ma perché le decisioni più importanti meritano di essere prese con la testa sgombra, non in preda alla rabbia o all’euforia del momento.
Quella sensazione che qualcosa non va vale la pena ascoltarla. Ma ascoltarla davvero, non usarla come benzina per scappare nel primo posto disponibile.
Quindi chiediti: What is in it for you now?
Take your fucking time.
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