“Lo so che voglio cambiare qualcosa. Ma non so cosa.”
Silvia me lo ha scritto in un messaggio alle undici di sera, da Amsterdam, dove lavora come customer success nel tech da sei anni (le nostre carriere si sono incrociate nel corporate). Aveva appena finito di fare il Thought Audit, un esercizio che permette di separare i pensieri fra fatti e immaginazione. Ed era riuscita a riconoscere i pensieri che la bloccavano da mesi.
Ma adesso cosa?
Quando sai cosa non va, la reazione naturale è cercare la risposta giusta, o lo scenario perfetto. L’opzione che ti convincerà una volta per tutte. E più cerchi quella risposta, più ti blocchi. Perché la domanda:
“cosa voglio fare della mia vita?”
è troppo grande per rispondere tutto in una volta.
La questione non è trovare la risposta definitiva. È iniziare a raccogliere informazioni su te stesso, nel momento presente, basandoti su chi sei diventato, non su chi eri quando hai preso le prime decisioni di carriera o su chi vorresti diventare.
Ti riconosci in Silvia?
Quando le opzioni sembrano sempre le stesse (e il problema non è la fantasia)
Silvia non mancava di intelligenza o di ambizione, aveva costruito una carriera all’estero da sola e con resilienza. Lontano da casa, un po’ come tutti noi. Il problema era che ogni volta che si chiedeva cosa volesse fare, la mente tornava sempre agli stessi due o tre scenari: la promozione nel ruolo attuale, un ruolo simile in un’altra azienda, o tornare in Italia. Tre varianti dello stesso film.
Lo conosco bene, quel circolo. Non è mancanza di coraggio. È che quando sei dentro un sistema da anni, il sistema diventa il confine naturale della tua immaginazione. Non riesci a pensare fuori da quello che già conosci, come se altro non esistesse. Accade perché non hai mai avuto motivo di guardare oltre.
“Ogni volta che mi fermo a pensarci, torno sempre allo stesso punto. Come se le opzioni fossero già scritte da qualcun altro.”
Quello che Silvia descriveva non era un blocco di fantasia. Era il sintomo classico di qualcuno che cerca la risposta giusta invece di esplorare le opzioni possibili. È una distinzione che sembra sottile, ma che cambia tutto.
Il tuo Strengths Audit (fallo adesso, mentre leggi)
Prima di immaginare e pianificare il prossimo passo, bisogna sapere cosa porti con te. E non mi riferisco a cosa c’è scritto nel CV, ma quello che fai davvero bene quando sei al tuo meglio. Ciò che ti regala un senso.
Martin Seligman e Christopher Peterson, i fondatori della psicologia positiva, hanno dedicato anni a studiare esattamente questo. La loro ricerca ha portato al concetto di signature strengths: i punti di forza dominanti che, quando vengono usati, producono energia invece di consumarla.
L’idea centrale è semplice: non tutti i talenti pesano allo stesso modo. Ci sono competenze che usi perché le hai, e ci sono competenze che usi e dopo le quali ti senti più vivo di prima. Sono queste ultime che valgono la pena di portare al centro.
Rispondi a queste quattro domande. Scrivi le prime cose che ti vengono in mente, senza la necessità si rivedere.
· A cosa si rivolgono costantemente a te le persone, al lavoro o fuori?
· Quali compiti o sfide ti sembrano relativamente facili e noti che altri trovano genuinamente
difficili?
· Che tipo di lavoro o task ti fa perdere il senso del tempo?
· Cosa direbbe di te il collega che ti supporta di più, qualcosa che porti a un team e che è difficile da sostituire?
Quando Silvia ha risposto a queste domande, è rimasta in silenzio per un momento. Poi ha scritto: “Non avevo pensato in questi termini. Pensavo sempre in termini di ruolo e adattamento, non di cosa so fare davvero!”
Quello che emerge da queste quattro domande non è una lista di competenze tecniche. È il profilo di come lavori quando sei nella tua versione migliore. E quella versione può esistere in contesti molto diversi da quello in cui ti trovi adesso.
I Tre Percorsi (uno di questi ti fa sentire qualcosa)
Adesso arriva la parte che più spaventa: immaginare il passo successivo. Solo tre direzioni diverse, abbastanza concrete da poterle guardare, abbastanza aperte da non sentirti già intrappolato.
Per ognuna, descrivi in poche righe dove potresti essere tra due o tre anni. Non devi scegliere, ma solo scrivere.
• Percorso A: il passo logico. Cosa succederebbe se continuassi nella direzione in cui sei già? Promozione, cambio di azienda nello stesso settore, evoluzione naturale del ruolo attuale.
• Percorso B: le tue competenze in un contesto diverso. Cosa staresti facendo se applicassi quello che sai fare in un settore, un tipo di azienda, o un modo di lavorare che non hai ancora esplorato?
• Percorso C: l’opzione che hai già scartato. Quella che continui a mettere da parte prima ancora di averla valutata davvero. Scrivila come se fosse seria. Perché probabilmente lo è.
Per ognuno dei tre percorsi, rispondi a una domanda sola:
Se lo consigliassi a un amico che ha le mie stesse competenze e il mio stesso contesto, gli direi che vale la pena esplorarlo?
Ricordati che non stai prendendo una decisione ora. Stai semplicemente raccogliendo delle informazioni.
Quello che Silvia ha trovato (e non era quello che si aspettava)
Quando Silvia ha fatto questo esercizio, il Percorso A era il più dettagliato, quasi automatico. Sei anni di carriera gli avevano reso quella traiettoria semplice da immaginare.
Il Percorso B comportava un cambio singificativo, ma apparantemente solo all’esterno.
Il Percorso C era quello che aveva sempre definito “irrealistico”. Aveva scritto, con qualche esitazione, di trasferirsi altrove e ricominciare con un altro tipo di vita, con più autonomia e meno “corporate feeling”. Non sapeva ancora che forma avesse. Ma mentre lo scriveva, si era resa conto che stava descrivendo esattamente quello che le mancava da anni.
Non è uscita da quella sessione con un piano. È uscita con qualcosa di più utile: la certezza che c’era almeno una direzione che valeva la pena esplorare. E che il blocco non era la mancanza di opzioni, ma il fatto di non essersi mai fermata abbastanza a lungo da guardarle davvero.
“Non devo decidere adesso. Devo solo smettere di ignorare quello che sento già.”
Ora tocca a te
Quale dei tre percorsi ti fa sentire qualcosa, anche solo un po’ di disagio o di curiosità?
Spoiler! Focalizzati sul Percorso C, quello che hai sempre scartato prima di valutarlo.
Condividerlo è il primo modo per smettere di trattarlo come un pensiero da ignorare o come pura fantasia.
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Stay tuned per il prossimo post. Ora che hai esplorato le direzioni possibili, nel prossimo blog vediamo come testarne una senza rimettere tutto in gioco.



