Non sei bloccato perché non hai motivazione. Sei bloccato perché cambiare significa perdere chi sei diventato agli occhi degli altri. E dopo anni di sacrifici per costruire quella versione di te, lasciarla andare non sembra libertà. Sembra un fallimento.
“Ho raggiunto quello che volevo. Ma dentro sento il vuoto.”
È la frase che sento più spesso. Arriva quando raggiungi l’obiettivo che ti eri prefissato anni fa e ti accorgi che la soddisfazione che aspettavi non è arrivata affatto. O è durata un anno, forse due, e poi si è dissolta.
Spesso non sai nemmeno come chiamare questo vuoto. Ma è lì, presente, abbastanza da darti fastidio e non sapere come ignorarlo.
Questo vuoto ha un nome (e non è burnout)
Non è burnout: si chiama Identity Foreclosure. Si verifica quando la tua identità professionale è diventata così solida e così visibile agli occhi degli altri, che mettere in discussione il tuo lavoro significa mettere in discussione chi sei.
E quando sei un italiano che ha costruito una carriera all’estero, con tutto quello che ha comportato in termini di sacrifici, aspettative familiari, e status conquistato anno dopo anno, quell’identità non pesa solo su di te.
Pesa anche su tutti quelli che ti guardano da casa
“ma tornerà in Italia?”.
Mollare, o anche solo cambiare direzione, non sembra una scelta. Sembra tradire le aspettative di una storia che non sono solo tue.
Ma forse ci stai pensando.
Più hai costruito (più pesa lasciarlo andare)
La psicologa Meg Jay lo chiama identity capital: la collezione di asset che costruiamo nel tempo, le cose che facciamo abbastanza a lungo da diventare parte di chi siamo. Il titolo e la carriera. La reputazione conquistata anno dopo anno in un paese che non era il tuo.
Meg Jay stima che l’80% dei momenti che definiscono una carriera accada intorno ai 35 anni. Se sei qui, quel lavoro lo hai già fatto.
Il paradosso è questo: più alto è il tuo Identity Capital, più senti il peso di metterlo in discussione. Hai investito troppo per farlo sembrare standard.
Ed è per questo che quando qualcuno da casa ti chiede “Come stai?”, la risposta che dai non è mai quella vera. Perché quella vera costerebbe troppo da spiegare.
Sapere che esiste un nome per quello che senti è il primo passo. Il secondo è capire dove esattamente la sicurezza ha preso il sopravvento sulla tua indipendenza.
Dai un nome alle tue paure (poche reggono alla prova)
Non puoi cambiare direzione finché non dai un nome a ciò che ti tiene bloccato. Per questo, l’ultimo pezzo di questo modulo è un esercizio di Fear Setting (Mappatura delle Paure).
Annota le paure che emergono quando prendi seriamente in considerazione l’idea di cambiare direzione. Sii specifico.
Per ognuna delle paure che hai scritto, rispondi a queste 3 domande:
È un rischio reale o percepito? (Se accadesse, distruggerebbe davvero la mia vita o saprei come gestirlo?)
Qual è il prezzo dell’inazione? (Cosa mi costerà, in termini di salute e felicità, restare in questo lavoro tra 1, 3 e 5 anni?)
Qual è il minimo passo reversibile? (Qual è una micro-azione che posso fare domani per testare il cambiamento senza rischiare nulla?)
La maggior parte delle paure che bloccano i professionisti sono scenari immaginari, non rischi reali. Il semplice atto di metterle per iscritto e di etichettarle è spesso sufficiente a ridurne la presa.
Quante delle tue paure si sono rivelate immaginarie anziché reali?
Cosa ti suggerisce questo?
Il divario che non vedevi da dentro (e cosa succede quando lo scrivi)
Se hai letto il blog sul modulo due, ricordi Giulia. Quando ha fatto questo esercizio, fra le sue paure c’era: come raccontarlo a casa. Giulia era una Senior account executive nel financial services a Londra: un ruolo solido, riconoscibile, che sapeva fare bene.
Ma la colonna del senso era quasi vuota.
Quel divario le ha mostrato qualcosa che non riusciva a vedere da dentro: stava tenendo in piedi un ruolo per quello che diceva di lei agli altri, era comodo. Ma il ruolo non la rappresentava più.
La prima volta che vedi quel divario, la reazione più comune non è la chiarezza. È il panico.
Perché finché non lo vedi scritto, puoi continuare a dirti che è solo un periodo difficile.
Che passerà. Che basta resistere ancora un po’.
Quando lo vedi nero su bianco, quella storia non regge più. E quello che senti non è sollievo: è il peso di dover fare qualcosa con quella verità.
Ma è anche il momento in cui smetti di girare a vuoto. Perché sai finalmente cosa stai guardando.
E prima di chiudere questo esercizio, una domanda sola:
Quale parte di quello che fai ogni giorno stai tenendo per abitudine, piuttosto che perché ti appartiene ancora?
Se questa domanda ti ha colpito, probabilmente hai già la tua risposta.
Something Feels Off è il workbook gratuito che ho creato per aiutarti a capire cosa non torna nella tua carriera e dove vuoi andare. Il modulo tre ti guida attraverso l’intero processo: dalla comfort zone fino alle domande sull’identità che spesso evitiamo di farci. Iscriviti per ricevere gratuitamente il workbook.
Ora tocca a te.
Qual è la paura più grande che è venuta fuori facendo questo esercizio? È legata al tuo Identity Capital (ciò che hai costruito all’estero) o alle aspettative di chi è in Italia?
Se ti va di condividerla, lascia un commento qui sotto.
Spesso, vedere le proprie paure scritte nello spazio dei commenti, insieme a quelle di altri expat che stanno vivendo la tua stessa identica situazione, è il primo modo per ridimensionarle.
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