Tornare a casa e sentirti straniera
Tornata in Italia dopo quasi tre anni in Spagna. Non ricordo l’occasione esatta, ma ricordo la strada.
Camminavo, guardavo le persone intorno, sentivo quella familiarità strana di un posto che conosci a memoria. Poi ho avuto una conversazione con qualcuno che non era mai andato via. Una di quelle conversazioni normali, di vita quotidiana, del tipo che fai mille volte e non ricordi. Solo che quella volta mi sono guardata indietro. Ho rivisto me stessa in quel posto, in quel momento. E ho capito che ero cambiata.
Non era un pensiero drammatico. Era solo una certezza silenziosa che quel mondo non mi apparteneva più, non perché fosse sbagliato, ma perché non era più il mio.
In quel momento ho rivisto tutto il percorso fino ad allora, cercando di capire perché mi sentivo diversa. Sarà stata la Spagna, mi chiedevo. Ma no, sono sempre io. O no?
Né italiana nė di qui
Non sono italiana nel senso tradizionale. Sono diventata qualcosa che non rientra in nessuna cittadinanza precisa.
Italiana di origine, internazionale nella pratica. Orgogliosa di dove vengo, di quello che rappresenta, del modo in cui quella radice mi ha formata. Ma non completamente italiana nell’insieme.
Me ne accorgo nei momenti più banali. Un collega non capisce un mio riferimento culturale e mi rendo conto che per spiegarlo dovrei raccontare tutta una storia. Cerco una parola in italiano e arrivo prima all’inglese. What a heck. E quando torno in Italia, le conversazioni con chi non è mai andato via mi fanno sentire allo stesso tempo a casa e fuori posto.
Non è una perdita. È la prova concreta che sono cambiata. Continuare a cercare di stare dentro una sola identità sarebbe come cercare di indossare i vestiti di dieci anni fa.
Unione e disunione
Tornare in Italia ha quella sensazione strana. Mi riconosco in mille cose: la lingua, i gesti, certi modi di stare al mondo che solo chi è cresciuto lì capisce davvero. E allo stesso tempo mi sento fuori posto in un modo difficile da spiegare a chi non è mai partito.
Per un po’ l’ho vissuta come una mancanza, come se ci fosse qualcosa di incompiuto che aspettava ancora una risposta. Poi ho smesso di cercare la risoluzione.
Non appartengo completamente all’italianità, né a nessun altro posto. E ho smesso di aspettarmi che quella sensazione sparisse, perché non è qualcosa da risolvere. È semplicemente com'è fatta una vita costruita in movimento.
Non è una crisi, sei tu
Eppure la storia che si racconta di solito sugli expat è un’altra.
La narrativa comune parla di perdita, di confusione, di chi si sente sospeso tra due culture senza sapere dove stare. Ed è reale, per molte persone, soprattutto all’inizio.
Ma dopo anni quella sensazione cambia forma.
Me lo ricordano i miei genitori ogni volta che torno.
Quando dicono “ma come devo fare, sei tu da sola”, mi fermo un momento. Sono anche single e mamma, per cui capite bene che la frase porta con sé un po’ di tutto. E nella testa mi passano anni di immagini: la carriera costruita da zero, la vita gestita in una lingua che non era la mia, la maternità, tutto questo da sola, sì, ma non nel senso fragile che intendono loro.
Una volta mi sarei inalberata, avrei spiegato e difeso. Adesso c’è solo un sorriso e dentro una sensazione strana di riconoscimento per me stessa, perché il punto non è convincerli. Il loro metro di misura è rimasto fermo mentre io andavo avanti, non per colpa loro, semplicemente perché sono rimasti e io sono partita. E le cose che si misurano da fermi non sono mai le stesse di quelle che si misurano in movimento.
Non mi sento persa tra due mondi. Mi sono semplicemente allargata oltre quelli.
Sono italiana nella radice, internazionale nella pratica, e qualcosa di non ancora nominato nel mezzo. Quella terza cosa, quella che non si riesce a spiegare a una cena di famiglia o in un profilo LinkedIn, è la parte più onesta di tutto quello che sono diventata.
Se conosci una donna che si ritroverebbe in queste parole, forse vale la pena condividerle con lei.
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